ANCONA – All’anagrafe è Vincenzo, ma per (quasi) tutti è Sandro. È stato il primo a lanciare nel mondo i maccheroncini, vanto di Campofilone, ma i suoi spinosini sono sulle tavole dei più importanti ristoranti del globo: le sue esibizioni ai fornelli sono richieste da Bangkok a New York. Altro che verdi e tranquille colline marchigiane. O meglio: le verdi e tranquille colline marchigiane ci sono, eppure è da questi angoli appartati che è partito alla conquista della ribalta intercontinentale. Lui è Vincenzo-Sandro Spinosi, la prima traccia dell’azienda è una scritta sbiadita su una trave, datata 1933.

Frutto di suo padre Nello, che come il figlio amava vivere sulla cresta dell’onda: lui commerciante e ambulante pronto a portare i suoi prodotti a Roma regalando ai clienti quei capelli d’angelo che sarebbero diventati i maccheroncini; il suo diretto discendente carabiniere, paracadutista e ciclista, imprenditore capace di guardare al mondo. «Bastavano – ricorda – dieci uova e un chilo di farina. Erano gli ingredienti dei capelli d’angelo. E pensare che per fare il panettone ce ne vogliono 40-50. Quando presi la guida del laboratorio, nel 1973, giravamo con un furgone Fiat 850 azzurro, quelli con i quattro fari, una spianatoia, un coltello, un mattarello e poco altro. È lì che ho iniziato a guardarmi intorno, aprendo a Cupra Marittima. Poi, negli anni, c’è stata San Benedetto, Ma parto sempre da qui, da Campofilone, producendo per tutto il mondo e in piccole quantità. La dimensione deve restare questa». La forza gliel’ha data anche quel sette in condotta a scuola («l’unico sette che avevo…») che forse oggi scatenerebbe l’inferno in famiglia. «E invece – sorride – era solo una spia del mio carattere. Non stavo mai fermo, volevo fare tutto io. Avevo poca voglia di studiare e tanta di attirare l’attenzione».

Da quei banchi di scuola all’Expo di Milano ce ne corre, ma la storia di Spinosi è qui, in questo lancio verso altre orbite. «Sì – dice con orgoglio – sono stato riconosciuto come testimonial delle Marche nel mondo. Quando mi è arrivato a casa l’attestato, è stata una grande emozione». Per arrivarci Spinosi è passato sì attraverso un percorso capace di valorizzare e garantire una vetrina senza confini ai maccheroncini, ma pure spiazzando la tradizione. L’invenzione degli spinosini. «I maccheroncini – dice – hanno conquistato il riconoscimento Igp. Sono conosciuti ovunque. Così come il nome di Campofilone. Ma quando in Regione è nata l’idea della Carta della pasta ho capito che bisognava andare oltre». Gli spinosini sono più quadrati e vengono impastati con uova provenienti da galline livornesi nutrite, nella loro alimentazione biologica, con l’aggiunta di olio di girasole spremuto a freddo, ricchi di Omega 3. «Anche i bentagliati – rimarca – sono nati in quel periodo. La mia pasta era tagliata benissimo, perché chiamarli maltagliati? E nel 2000, con i miei figli Marco e Riccando, ecco gli spinosini. Sono chitarrine con una grande capacità di tenere il sugo. Mi ricordo, all’epoca, il sostegno della giornalista Anna D’Onofrio che ci fece un servizio sui Meridiani. Io vestito con un cappello americano, la maglietta della Nba…». Da quei mesi frenetici parte la seconda vita dell’azienda, quella che partorisce poi gli spinobelli e la spinosina, omaggio alla nipotina Emma. Insomma: non si chiede un liquore all’anice ma un Varnelli, la Nutella e non la cioccolata morbida. L’approccio è lo stesso. «Grazie a Giovanni Angelini, chef e manager della catena di alberghi Shangri-La – spiega – questa pasta è sbarcata nei ristoranti di lusso di tutto il mondo».

Da Campofilone Spinosi parte con una valigia speciale, un kit con tanto di grembiule per cucinare i suoi prodotti all’uovo. «Quando penso che ho avuto riconoscimenti come Cassiua Clay o Clinton, che sono stato a cena con sette ambasciatori, che ho ballato con la principessa della Thailandia… beh, mi sembra incredibile. Ma è così». Spinosi conquista tutti con il suo carattere esplosivo: canta Celentano, si esibisce ai fornelli con un sorriso. Ma non si fa irretire dalle multinazionali che vorrebbero acquistare il marchio. «Divento il re della pasta, the king». Il prossimo appuntamento sarà il 12 maggio all’Università di Ancona, dove, con i figli, mostrerà la sua arte ai fornelli e parlerà della sua storia. Ormai divenuta materia da tesi di laurea.

«Ne hanno fatte 7-8 – ribadisce -. Alla Bocconi mi hanno conosciuto grazie alla tesi di mio figlio Marco. Di cose da raccontare ne ho tante, non saprei come smettere: l’incontro con Giuseppe Silvestri, lo chef di lady Diana; l’amicizia con i più grandi cuochi del mondo, fra i quali mi piace ricordare Moreno Cedroni che ha subito creduto in me. Siamo la prima e unica azienda del genere alla terza generazione. Ci sono voluti la pazienza di mia moglie, il lavoro dei miei figli e del mio staff. Ora mi conoscono per i miei sorrisi, i miei orologi Lego. Ma dietro ci sono decenni di duro lavoro». Arrivare alla tavola di Michelle Obama è stato – e giustamente – impegnativo.

Spinosi sa che occorre tenere i piedi per terra, rammentarsi da dove si è partiti. Dalla piccola Campofilone. Dai primi ricordi dell’asilo. «Le suore – chiosa – convocarono mia madre dicendole che non rispondevo mai. Ma come lo chiamate? chiese mia madre. Vincenzo, risposero. Ma no, quello è il nome che ha voluto il nonno, ma avevamo già deciso di chiamarlo Alessandro e per noi è Sandro». Da quella volta lo fu anche per le suore. «Anche se – sorride – avere due nomi fa comodo. Mi ci diverto. L’importante è che non sbaglino quando c’è da fare un bonifico».

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